
Realtà surreale.
Sto cambiando. C'è qualcosa dentro. Quel qualcosa mi tiene legato. Quel qualcosa non va. Molti ce l'hanno e non sanno di averla. Si lasciano scorrere il tempo addosso, lasciano gli eventi intorno a loro, senza tracciarne i contorni, i confini. Io no. Io devo vedere quelle linee, rendermene conto, sorridere amaro e ammettere le mie colpe, per giustiziare il mio subconscio. E' questo il trucco: uccidere la propria anima, finchè non sta zitta. Se ci riesci, starai bene.
In questo periodo di silenzio, ho scritto qualcosa che non posso ancora proporvi, che non voglio leggiate. E i post si sono accumulati in fondo alle bozze e nei cassetti sconnessi della mente. Ho avuto problemi e, mio malgrado, ho visto chiudersi un ciclo che mi accompagna da parecchio. Col numero 18, pare, purtroppo, essersi concluso un fumetto che mi ha accompagnato per un po' di tempo. Saluti a Luca Enoch, che nemmeno mi conosce ed un arrivederci, forse un giorno, da qualche altra parte, per qualche strano motivo, in un mondo di demoni e luce, a Gea.
Certe volte mi chiudo a riccio. Altre sono semplicemente uno stronzo. Pigrizia e timidezza si fondono in noia. Io, la rappresentazione ideale dell'inetto. Io, così al-di-là.
La ragazza se ne stava in piedi, davanti a me. Io appoggiato alla parete del tram. Non è bella. Non si potrebbe dire che è bella. Non si potrebbe definire brutta. Non ho messo il lettore mp3, ho le pile scariche. Sono a terra anch'io dopo giorni di malattia fisica e poi, forse, mentale. Sta lì in piedi e finge che non stia succedendo nulla. Ma sta succedendo e io sono a venti centimetri da lei. Perchè non faccio nulla? Una volta non sarebbe stato così. Ora non ho voglia di salvare nessuno, lascerei affogare il mondo nel suo liquame dal quale non mi voglio distinguere con il mio sorriso color merda dipinta da cioccolata. No, oggi no.
La ragazza piange ed io... beh... il massimo che so fare è tenderle un pacco di fazzoletti di carta e fottermene. Avrei dovuto chiedere "come stai?", "tutto ok?", "che succede?".... ma non l'ho fatto e non mi importava farlo. Ora rifarei la medesima cosa. Il mio non è un rimprovero, non è un'ammissione di colpa, solo una semplice constatazione dei fatti.
Mi ha cercato con lo sguardo, ma io vorrei solo strapparle quelle lacrime e dirle: "è inutile che piangi, non mi frega, davvero, te lo giuro ragazza mia, non m'importa, io non sono qui per salvarti, volevo solo offrirti uno stupido fazzoletto per sentirmi un guaritore, per sentirmi migliore, ma non più di così. Mi spiace, davvero, per oggi è il massimo che posso fare, è il prezzo più alto che posso pagare al mondo. Dico sul serio, trovati qualcun'altro, io non sono neanche davvero qui. Forse sono già affondato molti anni fa e non me ne sono accorto". E davvero non riesco che pensare ad altro che: "ognuno il suo, ognuno i suoi casini, ognuno salvi se stesso".
Io osservo il mondo come una tela. Linee che si intrecciano. E io non devo fare altro che percorrerne una e raccontarla. Il resto non credo che mi importi davvero.
La sconosciuta vorrebbe davvero parlarmi, ha bisogno di qualcuno con cui discutere e io sono l'unica anima che l'ha vista in quell'universo di ciechi. Ma mi dispiace, io sono sordo. Lei vorrebbe solo un orecchio che non la giudichi, a cui poter raccontare la sua storia, per sentirsi un po' più santa, omettendo inconsciamente i particolari della sua croce che si perde tra le lacrime. Ma non sono disposto ad ascoltare nessuno nemmeno per trenta denari.
Mi dice "grazie", mentre scende alla mia stessa fermata e abbozza un sorriso di circostanza alla ricerca di redenzione, per poter andare in pace. Io sorriso annuendo, senza convinzione, senza emozioni, come un prete, mentre il freddo si fa più pungente al calare del sole.
Lei una direzione, io un'altra.
Vedo le strade di una città dove tutti se ne fregano e io che mi sono adattato. Vedo i barboni e passo dritto. Vedo la gente sconfitta dalla vita e non mi importa di loro e chissà quanto mi importa di me.
Vedo la violenza nelle strade per motivi futili, ma al massimo m'incazzo perchè non ne capisco il motivo, non per la violenza. Del resto muore tanta gente ogni giorno, un tifoso è solo un uomo. Tutti gli uomini rischiano di morire, magari ammazzati. Sarò troppo duro? Qualsiasi sia la risposta, più che dispiacermi non so che fare, non conosco risposte in questo periodo.
Guardo la TV, dove un tifoso, probabilmente simile a quelli che fanno casino per una partita di pallone e scatenano guerriglia, distruzione e, talvolta, morte, è diventato un martire di una guerra dei poveri. E io mi incazzo perchè l'informazione fa schifo fatta così, perchè diventa violenza anch'essa. Questa non è giustizia, questo è giustizialismo. A cosa serve la ricerca di un colpevole, se i veri colpevoli non vengono puniti? A rassicurarci da cosa? Abbiamo davvero bisogno di una lucetta accesa in corridoio per dormire più sereni? Ma sapete, non so quanto me ne freghi, facessero un po' tutti quel che pare loro essere meglio.
E alle volte mi va tutto un po' a puttane, qualche volta rido.
Lei, labbra, mi fa stare bene, anche quando proprio non la sopporto. Alle volte è questo quello che conta, qualche volta mi manca, soprattutto quando non la capisco.
Io mi incazzo come un folle nel vedere un cartello pubblicitario che gira sui mezzi pubblici della città e ha una frase con scritto "QUAL'È" con l'apostrofo e... no, davvero, m'incazzo... io pure commetto errori, ma non mi pagano per questo.
E guardo che spesso succedono casini enormi quando si parla di finanziaria e che distolgono molto l'attenzione.
E vedo che la vita ha un prezzo e che la si svende ormai per troppo poco.
Forse ero un uomo buono, forse sono cambiato, forse è solo fantasia... e non so se sarebbe meglio riuscire a pensare questa realtà come qualcosa di tangibile e meno surreale.